Quella che stiamo vivendo oggi a Salerno non è la solita protesta di inizio anno scolastico. È la denuncia di un sistema che da troppo tempo vive di emergenze e soluzioni tampone.
Mandare i nostri figli a scuola è diventato, per molte famiglie, un percorso a ostacoli.
Ci sono edifici che necessitano di manutenzione, spazi insufficienti e classi sovraffollate, le famose “classi pollaio”, dove decine di studenti sono costretti a trascorrere ore in ambienti spesso inadeguati. E con il caldo anomalo di questo settembre, alcune aule possono trasformarsi in vere e proprie fornaci.
Il ministro Giuseppe Valditara ha annunciato 20 milioni di euro per affrontare l’emergenza caldo. Un intervento utile, ma che apre una domanda inevitabile: quanto può bastare una misura emergenziale davanti a problemi che sono ormai strutturali?
Perché se ogni anno ci ritroviamo a discutere di caldo, freddo, edifici, spazi e manutenzione, forse il problema non è più l’emergenza. Il problema è come viene gestita la scuola.
E poi ci sono i docenti precari.
Bisogna dirlo chiaramente: i precari non sono docenti di serie B. Entrano nelle classi, insegnano, preparano lezioni, correggono compiti, seguono gli studenti e assumono le stesse responsabilità dei colleghi di ruolo. Eppure, dopo anni di servizio, molti continuano a vivere nell’incertezza.
La precarietà non riguarda soltanto il lavoratore: può incidere anche sulla continuità didattica degli studenti.
Una scuola che ha bisogno dei precari per funzionare deve avere il coraggio di riconoscerne il valore e garantire percorsi di stabilità.
E mentre la scuola affronta questi problemi, sulle famiglie arriva un’altra stangata: il caro libri.
Libri di testo, quaderni, zaini, materiale didattico, trasporti e altri costi rendono settembre sempre più pesante. Per chi ha due o tre figli, il conto può diventare difficile da sostenere.
Il diritto allo studio non può dipendere dal reddito dei genitori.
La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale le disuguaglianze vengono combattute, non quello nel quale diventano ancora più evidenti.
A Salerno esistono strumenti di sostegno alle famiglie, come contributi e cedole librarie, così come sono stati avviati interventi sull’edilizia scolastica. Ma il punto è un altro: gli interventi devono diventare una strategia stabile e non una risposta ogni volta che il problema esplode.
Servono scuole sicure e dignitose.
Servono aule adeguate.
Servono investimenti strutturali.
Serve continuità didattica.
Serve valorizzare e stabilizzare i docenti precari.
Serve sostenere concretamente le famiglie.
Serve garantire davvero il diritto allo studio.
Perché questa non è una protesta contro la scuola.
È una protesta per la scuola.
Per gli studenti.
Per le famiglie.
Per gli insegnanti.
Per i precari.
Per tutto il personale che ogni giorno permette alla scuola di andare avanti.
E allora basta con le emergenze trasformate in normalità.
I precari non sono docenti di serie B.
Gli studenti non sono numeri.
Le famiglie non sono bancomat.
L’istruzione non è un lusso.
È un diritto.
E se davvero vogliamo parlare di futuro, dobbiamo cominciare a costruirlo nelle nostre scuole, oggi.
